L’uomo quale formatore della terra

Da una conferenza tenuta da Dr. Manfred Klett, agronomo e socio fondatore dell’Azienda Dottenfelderhof in Germania, fattoria biodinamica e sede della Formazione in agricoltura biodinamica per studenti da tutto il mondo.

L’umanità è divenuta attiva in una misura fino ad oggi mai presente nel dare forma e struttura alla terra. Non soltanto ogni oggetto che usiamo nel mondo sensibile porta l’impronta della nostra conoscenza, ma anche la natura che sta al di fuori dell’uomo è cambiata sotto l’influenza della nostra conoscenza. I ruscelli, i fiumi, i laghi e i mari non sono più ciò che erano trenta o quarant’anni fa. I paesaggi frutto della cultura, li chiameremo “culturali”, i nostri boschi, la terra stessa nel suo insieme stanno morendo sotto i nostri piedi, e tutto questo è opera dell’uomo !

Siamo oggi inseriti nel fatto storico di essere divenuti formatori della terra.
Disponiamo di una condizione conoscitiva quasi infinita riguardo alla terra e al contempo di un potere in grado di mettere in pratica quanto conosciamo, di imprimere effettivamente nella terra in libertà l’immagine del mondo che portiamo in noi. La domanda è ora se abbiamo una coscienza di ciò, oppure se il fatto che non diamo un contenuto spirituale e morale alla libertà, che abbiamo conquistato, non sia la causa che porti ad una arbitraria distruzione della terra, invece che ad una costruzione formativa.

Non mancano oggi le persone che hanno iniziato una riflessione di questo genere, constatando come il proprio pensiero si sia staccato da noi stessi e si sia reso autonomo nella cosiddetta scienza “oggettiva”. Basta fare ancora un piccolo passo per dire: posso allora lasciare la responsabilità del mio pensiero anche al computer. Dall’altra parte si noterà: anche il mio volere, la mia volontà  si è staccata dall’uomo e si è resa autonoma nella moderna tecnologia. A questo punto basta poco per dirsi: perché non  abbandonare anche il mio volere quale automatismo ai robots ?  L’umanità ha accettato passivamente che il pensare e il volere si siano resi autonomi, scindendosi. L’uomo quale essere che sente, cioè il momento  vissuto come il più tipicamente umano, è restato indietro rispetto al procedere di tutto il resto e sta  impotente di fronte a tutto ciò che avviene, subendo fuori nel mondo le conseguenze del pensare e del volere resisi autonomi. In realtà non è l’uomo in quanto agisce che ha messo a suo servizio la terra configurandola, ma il pensare e il volere che si sono staccati da lui in un dualismo di forze, di intelligenza e di manifestazione di potere. L’uomo che soggiace inconsciamente a questa dualità corre oggi continuamente il pericolo di diventare strumento di una potenza che lo determina da fuori. Oggi ci sentiamo padroni nell’uso industriale della terra. Se però si guarda meglio l’uso industriale della terra, in questo modo continuamente formiamo in realtà la terra, ci si accorge che ciò avviene non per la terra, ma per soddisfare i bisogni degli uomini. Questo uso industriale della terra è di necessità distruttivo e mortifero, e limitato dalla quantità di risorse disponibili.

Ma all’uso industriale della terra sta di fronte qualcosa d’altro. Come stanno le cose con l’utilizzo della natura vivente, della natura animata, delle piante coltivate e degli animali domestici, come sono messe le cose con l’agricoltura ? Muovendo dalla attuale immagine che abbiamo del mondo, emerge una immagine adeguata alla pianta dotata di vita, all’animale domestico dotato di anima e di sensibilità, in grado di renderci capaci di usarli con la stessa padronanza con la quale usiamo nell’industria la natura inanimata ? Abbiamo una immagine della pianta che abbia l’impronta della sua natura essenziale ? Abbiamo in realtà una conoscenza della natura essenziale della vita ?

Una domanda di questo genere non emerge dall’immagine materialistica del mondo. Come è possibile però dare forma a qualcosa di cui non conosco la natura essenziale ? Per questo dobbiamo con molta consapevolezza andare oltre l’immagine materialistica del mondo. Non si tratta di qualcosa che possiamo pretendere dagli altri uomini, possiamo pretenderlo soltanto da noi stessi.

(…)                                    Manfred Klett                             trad. Stefano Pederiva