Categoria: Materia medica – Healing plants

Materia medica – le piante medicinali in erboristeria, in cucina e in cosmesi, per il benessere nel ritmo delle stagioni
Healing plants in herbalism, nutrition and cosmetics, for our well-being following the rhythm of the year.

Piante medicinali antiche, poco usate, della Flora italiana

Marrubium incanum L.

Marrubium incanum L. – weisser Andorn – Marrubio bianco, con la sua “lanugine” morbida e protettiva. Ecco, qui vedete come NON si disidrata una Lamiacea sotto il sole estivo.
Pianta da studiare e da provare – l’infuso non ha un sapore forte, e non sono sicura che un idrolito costituisca l’estrazione giusta. Il marrubio è comunque una pianta medicinale tradizionale, descritta in diverse farmacopee europee.
Proverò a farne una tintura e -perchè no- un oleolito per massaggiare il diaframma e prevenire l’aerofagia.
Il marrubio mi affascina per i suoi composti aromatici amari, agisce particolarmente sul fegato, la colecisti, il pancreas, lo stomaco. Anche sul sistema ritmico, quindi nelle affezioni da raffreddamento dell’apparato respiratorio.
Tutta da scoprire, anche perchè le montagne del nostro Appennino ne sono ricoperte (qui sul Monte Roma a fine maggio 2017).
E’ bella da vedere, amata dalle api, può decorare le bordure del giardino aromatico…. marrubium incanum l.

Aglio o non aglio? Alliaria!

Dopo i mesi invernali sentiamo il bisogno di eliminare liquidi, ritrovare tono ed elasticità, ci viene voglia di verde e di fresco, di pietanze che ci dissetino e al tempo stesso risveglini i nostri sensi.
Una delle erbe da usare in primavera è l’alliaria (Alliaria petiolata (Bieb.) Cavara&Grande) della famiglia delle Brassicaceae.
Spunta a fine marzo e in aprile lungo stradine di campagna e sotto le siepi. Ama i terreni ricchi di nitrati, non troppo pesanti. Il suo portamento è grazioso: le foglie sono cuoriformi, dal bordo crenato, il fusto è ben dritto e i fiori a quattro petali profumano delicatamente.
Le foglie, ricche di clorofilla e sostanze aromatiche, emanano un forte odore di aglio, ma sono più digeribili, l’aroma è meno persisente e più fragrante. Anche i bambini la apprezzano, aggiungerla a piccole dosi ai loro pasti è salutare!
Per condire le pietanze cotte o crude o per un gustoso pesto di erbette primaverili si raccolgono le foglie di alliaria alla mattina presto, meglio se in costellazioni di “Acqua” sul calendario biodinamico. Si usano fresche, tritate o spezzettate su verdure cotte, insalate, pesce, carne, frittate di uova e torte salate.
Anche i fiori sono commestibili, belli per ornare i piatti, la ricotta fresca, la salsa allo yoghurt. In Germania si usano perfino le radici, proprio come il rafano, suo “parente”.
Come pianta medicinale, l’alliaria contiene glucosinolati, enzimi, saponina, oli essenziali e vitamina C ed è considerata depurativa e digestiva. E’ una delle piante più adatte in primavera, da usare nella “cura primaverile” per drenare gli organi emuntori, far risplendere pelle e capelli e alleggerire il corpo. Si usa solo fresca, mai essiccata – è il perfetto esempio di quanto possano aiutare le umili erbe primaverili, cibo e farmaco al tempo stesso.
Nell’erboristeria tradizionale è nota sin dal medioevo per combattere le carenze alimentari (scorbuto), aiutare l’appetito, depurare il sangue e lenire i dolori reumatici.
Le foglie contuse sono vulnerarie: come rimedio di “pronto soccorso” si applicano su piccole ferite da taglio o escoriazioni.

photo: Kevin C. Nixon, http://www.diversityoflife.org

PRIMAVERA – PRIMULA VERIS

Verso i primi di marzo nei boschi di latifoglie dell’Appennino e delle Prealpi perdurano i colori scuri dell’inverno, i toni rigorosi del grigio e del marrone bruciato. Alberi e Arbusti sono spogli, l’aria è impregnata dall’odore della terra umida e delle foglie che si decompongono. La rinascita del regno vegetale non è ancora palese ma avventurandoci nel sottobosco il suolo si illumina di centinaia di punti di luce sulfurea: le PRIMULE spuntano dalla terra ancora addormentata con la freschezza e l’energia delle forze dell’Ariete.

Le foglie oblunghe hanno una nervatura centrale chiara, sono ricche d’acqua e croccanti al gusto (sono ottime nelle insalate miste primaverili, stacchiamole con cautela per non danneggiare la rosetta!). L’infiorescenza della PRIMULA VULGARIS è saldamente attaccata al suolo e alla rosetta fogliare quasi sbocciasse dalla radice. Lo stelo della PRIMULA VERIS (o officinalis) si stacca invece dalla rosetta innalzandosi e raggiungendo dai 10 ai 20 cm. E’ la varietà che predilige prati umidi e pascoli ma è ormai rara e in alcune regioni è specie protetta. I fiori a campana di un bel giallo acceso sono riuniti a gruppi. Colpisce il gesto dell’infiorescenza: una parte di fiori guarda in alto verso il sole primaverile, l’altra si china verso il basso, la terra scura e ricca di sali minerali.
Sia questo gesto, sia l’arrangiamento delle foglie a lemniscata esprimono le forze della stagione di mezzo, della primavera. Scandiscono il ritmo che accompagna il vivente nel passaggio dal sonno invernale alla produttività estiva.

Le primule agiscono sugli organi del sistema ritmico: cuore e polmoni. Primula veris contiene acido salicilico nella radice, una sostanza che troviamo nelle piante come il salice, la filipendula e la betulla che crescono in ambienti umidi e freschi e nella parte superiore, nelle infiorescenze e nelle fronde esprimono la volontà di accogliere le forze di luce ed aria (W. Pelikan).
Le saponine, un altro principio attivo delle primule, sono sostanze “mercuriali” che portano l’ossigeno nell’elemento liquido, favoriscono i processi metabolici e hanno una forte azione espettorante.
Come ulteriori sostanze portatrici di luce e vivificanti sono presenti il carotene che dà ai fiori quel giallo intenso, la vitamina C, fenoli e flavonoidi.

Nella tradizione popolare si usano i fiori per tisane calmanti, contro l’emicrania e le vertigini. Si prepara un vino medicato come tonico primaverile e le radici vengono estratte per curare la tosse e il catarro.

Bagno di vapore primaverile per il viso:


Aggiungere due manciate di fiori freschi di primula e un cucchiaino di bicarbonato a un litro di acqua bollente, tenere il viso sopra il vapore per circa cinque minuti, poi risciacquare con dell’acqua fresca e applicare una crema leggera.

Il colore del SOLE – OLIVELLO SPINOSO

I frutti dell’olivello spinoso, Hippophae rhamnoides (Elaeagnaceae), sono un potente rimedio dell’erboristeria tradizionale e moderna. L’arbusto cresce spontaneo lungo i greti dei fiumi e in terreni sabbiosi delle aree submontane. Viene coltivato in orti e giardini, in Toscana esiste una coltivazione biodinamica ormai storica.

L’olivello spinoso proviene dell’Asia settentrionale, resiste ai venti del nord e alle gelate; ha fiori maschili e femminili e foglie argentate lanceolate. L’arbusto viene piantato volentieri nelle siepi miste, e per fruttificare occorrono, per l’appunto, piante femminili e maschili. Come pianta, è particolarmente sensibile all’inquinamento.

Hippophae rhamnoides L. – foto svdmolen/wikipedia

I frutti, le drupe, sono color arancio vivo e contengono molta vitamina C, provitamina A (carotene), acidi organici e flavonoidi. Si raccolgono a settembre (attenzione alle lunghe spine”) e si spremono per la produzione degli estratti.

L’olio di olivello spinoso viene estratto dai frutti (ad alto contenuto vitamaninico) e dai semi (più ricco di acidi linoleici). Viene utilizzato per via esterna in cosmesi, per pelli squamate e secche e cicatrici, e internamente come integratore di vitamine, minerali e acidi grassi polinsaturi e per lenire le mucose infiammate (gastrite).

Per aumentare le difese immunitarie, in convalescenza e in gravidanza consiglio dunque vivamente di assumere quotidianamente dello sciroppo o del succo di olivello spinoso, gradevolmente fruttati e aciduli. Si prendono a cucchiaini più volte al giorno, insieme allo yoghurt o diluiti in acqua e miele o tisana.

Nelle fredde giornate di gennaio, l’energia dell’olivello spinoso combatte la stanchezza e regala il buonumore!

ph.Svdmolen

Quanti carati ha… il carrubo?

Tra le piante arboree che amano il clima caldo e l’aria salina delle coste mediterranee, il carrubo (Ceratonia siliquastra L.) con i suoi frutti accompagna l’uomo da tempi remoti. E’ un albero di media grandezza, sempreverde, dai fiori attaccati direttamente al tronco e ai rami. Appartiene alla famiglia delle Caesalpinaceae ed è diffuso al Sud Italia. Gli esemplari più a nord si trovano in Toscana, sull’Argentario e sul Carso, Trieste.

L’albero di carrube necessita di poca acqua e cresce anche su terreni molto poveri. I frutti, le carrube, sono lunghi legumi appiattiti, color marrone violaceo. Contengono saccarosio, pectine, tannini e carrubina, sono lenitivi per l’apparato digerente e fermano il vomito dei lattanti. La farina di carrube è consigliata ai diabetici, non ha glutine. Esercita un’azione lenitiva sull’intestino, possiamo considerarla un prebiotico poiché favorisce l’equilibrio della flora intestinale.

Con la polpa di carruba, tostata e macinata si ottiene una polvere dal sapore simile al cacao che serve ad aromatizzare dolci e budini o come bevanda istantanea, priva di caffeina e ottima di sapore. Dai semi si estrae la “gomma di carrubo”, un buon addensante naturale (E 410). I semi sono duri, bruni e liscisssimi, belli da vedere e toccare. Hanno un uso storico singolare: gli arabi li usavano per pesare oro e diamanti, poiché hanno un peso costante – la parola “carato” deriva infatti dal nome arabo del carrubo!

-> Trovi un’accurata descrizione botanica con immagini e indicazioni sull’utlilizzo e particolarità della specie su http://www.floraitaliae.actaplantarum.org/viewtopic.php?t=9867

 

 

 

 

Erbe lungo il cammino: ARTEMISIA VOLGARE

Artemisia vulgaris L., pianta perenne molto diffusa ha foglie dentellate, lamine inferiori argentate e piccoli fiori dal profumo aromatico.

E’ la pianta di Artemide, la divinità greca che governava selve e foreste. L’artemisia ha una lunga tradizione come erba magica per la fertilità delle donne e per il parto.

Nel medioevo si bruciavano grossi mazzi per allontanare la peste e gli spiriti maligni.

Nella medicina tradizionale cinese si usa la “moxa”, rotoli di foglie di artemisia che vengono bruciati lungo i meridiani e sui punti energetici. L’infuso di fiori e foglie di artemisia migliora la digestione, in particolare dei grassi. Con le foglie essiccate si condiscono arrosti e grigliate.

Secondo Santa Ildegarda da Bingen il “vino medicato” (enolito) di artemisia riscalda lo stomaco e cura l’intestino. 5 rametti fioriti di artemisia e tre chiodi di garofano vengono messi a macerare in 1 litro di vino rosso per 4 settimane. Si filtra e si riscalda a bagnomaria mescolandovi 3 cucchiai di miele di castagno. Mezzo bicchierino dell’enolito prima dei pasti migliora l’appetito e favorisce l’assorbimento del ferro nell’anemia.

La droga (sommità fiorite) è controindicata per chi soffre di allergia alle Asteraceae (composite) e in gravidanza. Sono edibili, invece, i giovani getti e le foglie tenere, aggiunte alle insalate primaverili, senza controindicazioni se aggiunte con parsimonia. L’artemisia è anche una delle piante medicinali più indicate nella cura dei disturbi alimentari.

In cammino, una manciata di foglie pestate, applicate su una vescica o una piccola ferita, aiutano a sgonfiare e sfiammare, per raggiungere la meta.

Buona continuazione di ottobre!

Mugwort –  Beifuss – Artemisia

 

Finocchietto selvatico mon amour

Il finocchio selvatico (Foeniculum vulgare) cresce nei prati soleggiati dell’Italia centrale e meridionale formando fusti alti fino a due metri e fiori gialli ad ombrella. L’intera pianta emana un odore forte, simile al finocchio dolce dell’orto ma più concentrato, secco. Il finocchio selvatic, della famiglia delle Apiaceae, è una pianta aromatica antica, e nell’area del Mediterraneo si usano fusti, foglie, fiori e semi, a scopo culinario e officinale:

  • Con i fusti essiccati si condiscono le olive, sottaceti, verdure stufate, pesce e carne arrosto e ricette vegetariane
  • le giovani foglie e le infiorescenze conferiscono un aroma speciale alle insalate estive, alla ricotta alle erbe,
  • e i semi servono per preparare il pane dolce e salato, i taralli, gli infusi e gli impacchi medicati.

Per coltivare il finocchio è sufficiente raccogliere i semi in autunno e seminarli in un vaso in primavera, diradando le piantine. Non si deve annaffiare troppo ed è meglio tenerlo in un angolo assolato del terrazzo.

Con il finocchio essiccato si prepara un’ottima tisana contro i meteorismi, le infiammazioni oculari e per aumentare la lattazione.

Fusti e fiori secchi legati a mazzetti tengono lontane le farfalline dagli armadi di cucina.

 

 

Connubio mediterraneo tra terra e sole: il FICO

In tutto il mondo si conoscono oltre 1000 varietà di fico. In oriente è famoso il Ficus religiosa, l’albero sotto cui trovò l’illuminazione il Buddha.

Nel mediterraneo è coltivato Ficus carica, pianta sacra a Venere, dai dolcissimi frutti color porpora e blu scuro. L’albero di fico è un connubio tra terra e acqua, ombra e calore. L’ampia chioma offre rifugio ad insetti e uccelli. Tutte le specie di fico sono fecondate da piccole vespe. Esse nidificano nei falsi frutti e producono miele e cera.

Raccogliendo i fichi si può irritare la pelle, perché il latice delle foglie contiene sostanze urticanti.

I frutti sono ricchi di zuccheri, proteine, vitamine, minerali, mucillagini, gomme. Forniscono all’organismo un’ottima riserva di energia.

Oltre ad essere ricostituenti, i fichi contengono particolari enzimi digestivi. Per avvalerci delle proprietà nutritive e curative, si mangiano freschi con o senza buccia, masticando bene la polpa.

Il macerato glicerico delle gemme di Ficus è un rimedio erboristico impiegato nell’irritazione della mucosa gastrica, in generale come coadiuvante nei disturbi digestivi e negli stati d’ansia.

I fichi secchi sono emollienti e leggermente lassativi ed aiutano contro la tosse secca e stizzosa. Si prepara un infuso pettorale che piace molto ai bambini con fichi secchi e foglie e fiori di malva.

Visciole essiccate per reni e cuore

Il visciolo o ciliegio acido (Prunus cerasus var. austera) della famiglia delle Rosaceae, è un alberello dall’aspetto gioioso che cresce spontaneo nei terreni calcarei delle zone temperate. E’ coltivato da secoli, riproducendolo per seme. La corteccia argentata  viene usata per tingere lana e seta, ottenendo colorazioni durature dal grigio-verde al marrone, il legno rosato serve per oggetti decorativi e piccoli mobili.

La preparazione di visciole più famosa è un vino liquoroso chiamato “visner”, ottimo con i biscotti secchi a fine pasto. Con le visciole si confezionano anche sciroppi e composte dal gusto dolce-acidulo.

Una ricetta ormai poco nota, ma di effetto sono le visciole essiccate. Si raccolgono i frutti del visciolo a fine giugno e si essiccano con cura. Si conservano a lungo e possono decorare piatti dolci e salati e addolcire infusi di frutta.

Le visciole hanno proprietà astringenti, rinfrescanti e rinvigorenti, sono indicati nelle anemie giovanili e secondo la medicina tradizionale giovano al cuore e ai reni.

 

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Fumaria officinalis L.

Mitten in einer wuchernden Pflanzengemeinschaft am Ackerrand sehe ich ihn heute blühen: den Erdrauch (Fumaria officinalis L., Fumariaceae), Insgesamt betrachtet wirkt das Kraut mit seinen zisilierten Blättern und den hübschen rosaroten Blüten, die mit der dunkelgefärbten Spitze nach unten zeigen, in sich abgeschlossen, wie ein kleines blassgrünes Bäumchen, das schnell aus dem Boden schiesst und bereits im April blüht. Es liebt gedüngten, stickstoffhaltigen und kalkreichen Boden, daher treibt es ihn schon früh zum Wachsen und Blühen. Im 16. Jh. nannten die Botaniker den Erdrauch “Fumus terrae”, denn er entwickle sich “aus den Dämpfen, die im Frühling wie Rauch, in großen Mengen aus der Erde emporsteigen und sich in die Lüfte erheben, sich dabei drehen und wenden und von der Sonne beschienen werden”. So entstehe der Erdrauch, und die innere Schau dieser Menschen der Renaissance gewährt uns heute noch einen bildhaften Einblick in sein Werden.

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Der Erdrauch ist einjährig und hat fein gefiederte Blätter. Sie wirken bläulich-grün, beim Anfassen hinterlässt man eine dunkle Spur: sie sind von einer dünnen Wachsschicht überzogen (in der botanischen Fachsprache nennt man sie “bereift”) und schützen sich auf diesse Weise vor der intensiven Sonneneinstrahlung. Der Erdrauch liebt zwar warme, trockene Standorte, ist jedoch hitzeempfindlich. Die in Trauben angeordnete rosarote, an der Spitze dunkelrote Blüten, mit einer langen gespornten Krone, duften nicht. Wenn man sie zerreibt, färben sie leicht, und im Spätsommer bilden sich kugelige, runzelige Früchte. Die Wurzel schmeckt sehr bitter und sendet beim Ausreißen einen starken, fast scharfen, “rauchartigen” Geruch aus, der Augen und Nase reizen kann. So verwendete man sie als Pulver mit Honig und Salz vermischt gegen Krätze, riss ganze Pflanzen aus und hängte sie im Stall auf, um Erdkobolde und Schlangen fernzuhalten.

Heilwirkung und Anwendung

Von April bis August sammelt man die oberirdischen Teile des Erdrauchs und trocknet sie rasch im Schatten oder, noch besser, im Dörrgerät als Teedroge. Mit der frischen Pflanze werden Saft, Tinktur und Sirup hergestellt.

Erdrauchkraut enthält Alkaloide (bis zu 0,1%) wie Protopin, Fumarofin, Fumasritrin, außerdem Flavonoide, Pflanzensäuren, Minerale, Cholin, Schleimstoffe und Vitamine. Die leichte Giftigkeit wirkt im Phytokomplex der Heilpflanze ausgleichend bei Krämpfen der glatten Muskulatur und bei Verdauungsstörungen.

Erdrauchauszüge regen die Gallentätigkeit an, gelten jedoch gleichzeitig als „amphicholeretisch” oder “amphoterisch”, d.h. die Droge kann sowohl den Gallenfluss fördern, als auch reduzieren. In der modernen Phytotherapie gehört Fumaria officinalis zu den leberschützenden Pflanzen, die auch im Fall von schweren Erkrankungen wie Leberzirrhose verschrieben werden. Leichte Nebenwirkungen wie Schläfrigkeit, erhöhter Augeninnendruck und Wasserstau sind nur in seltenen Fällen bekannt, man sollte Erdrauchextrakte aber nicht auf eigene Faust für längere Zeit einnehmen, sondern Rat beim Herboristen oder Apotheker einholen.

In der traditionellen Heilkräuterkunde mischte man Erdrauchkraut mit weiteren „blutreinigenden“ Pflanzen, um im Frühling Stoffwechsel und Ausscheidung anzukurbeln. Der Erdrauch leitet nicht nur aus, er wirkt auch blutverdünnend und als natürliches Antihistaminikum, was gerade im Frühling bei starkem Pollenflug hilfreich sein kann. Bemerkenswert ist außerdem, dass die anthroposophische Medizin, sowie die Traditionelle Chinesische Medizin bei Heuschnupfen als Erstes Leber und Nieren behandeln. Erdrauch wirkt gleichzeitig anregend auf unsere Ausscheidungsorgane und Drüsen, aber auch stärkend bei Überempfindlichkeit auf äußere Erreger wie Pollen, Staub oder Tierhaare und ist daher eine wertvolle, gutverträgliche Heilpflanze.

Diese innere Reinigung geht mit einer zusätzlichen, wichtigen Heilwirkung einher: Erdrauchextrakte helfen bei Hautkrankheiten wie Psoriasis, Neurodermitis und allgemein bei Ekzemen und Ausschlägen. Dabei kann man die innere Einnahme mit Bädern oder Waschungen aus konzentriertem Erdrauchtee verbinden.

Karin Mecozzi, Dipl. Herboristin